
Alcune pecore si riuniscono vicino ai pannelli solari vicino Zusamaltheim, nel sud della Germania. (Christof Stache / AFP / Getty Images)
riprendo dal sito di Monica Frassoni, eurodeputata le proposte per uscire dalla crisi economica e per rilanciare l’Unione Europea
La dichiarazione di Parigi
Una via d’uscita dalla crisi in Europa Dodici proposte dei Verdi per una soluzione della crisi socialmente giusta ed ecologicamente sostenibile
Introduzione: il fallimento dei vertici vecchia maniera
Il nostro mondo sta attraversando una crisi che è al contempo finanziaria, economica, sociale, ambientale e democratica, in cui l’escalation del cambiamento climatico rappresenta una minaccia per l’umanità. La crisi attuale va ad inserirsi in tale più ampio panorama. Dalla Primavera araba alla “città delle tende” in Israele, dal movimento “Occupy” alle ONG ambientaliste, fino ai difensori dei diritti umani, ovunque nel mondo è partita la riscossa. Verso tali iniziative, i Verdi esprimono tutta la loro solidarietà.
Ci troviamo a fare i conti con le conseguenze di un modello di sviluppo non sostenibile, incentrato sulla sola crescita economica, incurante dei vincoli ambientali e sociali e alimentato da un eccesso di debito pubblico e privato, di privatizzazione e di deregolamentazione. Tali crisi erodono la coesione sociale e portano alla disgregazione politica del continente, sancendo nel XXI secolo la nostra irrilevanza.
La crisi ha portato alla luce i punti deboli della costruzione dell’euro e ha esposto le economie più deboli dell’area dell’euro al rischio di fallimento del debito sovrano, imponendo una serie di misure di sostegno eccezionali, che a tutt’oggi potrebbero non essere sufficienti ad arginare l’emergenza. Per risolvere questi problemi strutturali intrinseci occorrono provvedimenti importanti, che a loro volta avranno ricadute su tutti gli Stati membri dell’Unione, dentro e fuori l’area dell’euro.
Con l’euro sotto attacco, le fondamenta della stabilità, che hanno sorretto la società europea sin dalla fine della Seconda guerra mondiale, si stanno sgretolando. L’intolleranza e il populismo di destra guadagnano terreno, mentre troppo spesso la democrazia partecipativa viene messa da parte. I populismi nazionali sono più che mai vicini al potere. Tuttavia, abbiamo una buona ragione per essere orgogliosi dei risultati raggiunti dall’Europa: l’integrazione ha sventato il riaccendersi di conflitti militari all’interno dell’UE e ha promosso una migliore comprensione fra i cittadini europei. Siamo decisi a difendere e a consolidare ulteriormente i traguardi raggiunti.
La risposta dei responsabili politici europei e nazionali è stata finora inadeguata. È stata contrassegnata da una scarsa lungimiranza e dalla mancanza di determinazione e ha prodotto effetti troppo scarsi, troppo tardi.
La ragione risiede nella pervicace negazione di quattro dati di fatto:
· Perseguire politiche di rigore parallele e coordinate quale unica risposta strategica non può che trascinare l’Europa verso la recessione economica, aggravando il problema del debito sovrano anziché risolverlo;
· La Grecia è insolvente e attraversa da anni una profonda recessione: di conseguenza, il debito pubblico non sarà mai del tutto rimborsato;
· Nessuna unione monetaria può essere sostenibile senza una solida unione fiscale e politica; il coordinamento non può essere un efficace surrogato dell’integrazione;
· La non sostenibilità delle finanze pubbliche o la mancanza di competitività non sono le cause principali della crisi che stiamo vivendo: il nocciolo del problema sta nella crescente disparità di reddito e ricchezza registrata negli ultimi decenni a livello mondiale e in un settore finanziario sovraindebitato e ipertrofico, asservito al debito e alla speculazione e beneficiario di garanzie pubbliche implicite ed esplicite. Tale situazione ha determinato negli ultimi decenni una crescita del credito e un accumulo del rischio non sostenibili, nonché l’aumento delle disuguaglianze in termini di reddito e ricchezza a livello globale.
Se gli ultimi vertici hanno visto i responsabili politici europei prendere coscienza di queste scomode verità, il pregiudizio ideologico resta: il loro approccio alla sostenibilità delle finanze pubbliche punta soprattutto sui tagli alla spesa; ai loro occhi, la competitività può essere garantita unicamente da bassi salari; per loro, la sperequazione sociale non costituisce un problema; sono guidati principalmente dalla paura dei mercati e dai sondaggi del giorno dopo. Tutto questo ha prodotto una risposta alla crisi che non solo è inefficace, ma i cui costi, per di più, sono sostenuti soprattutto dalle fasce sociali più vulnerabili, il che non fa che aumentare le sempre crescenti disparità all’interno e fra le società.
La palese mancanza di lungimiranza e leadership fino a oggi dimostrata dai principali responsabili politici, sia a livello nazionale che europeo, ha alimentato la crescente diffidenza della popolazione nei confronti dell’Unione europea. Ciò è vero tanto nei paesi contributori netti, dove agli occhi dei cittadini gli impegni finanziari vengono presi a nome loro senza un’opportuna giustificazione, quanto nei paesi beneficiari di aiuti straordinari, dove i cittadini si sentono impotenti e vessati dagli effetti di misure di austerità non eque, mentre per il settore finanziario si tratta solo di ordinaria amministrazione.
Le proteste nelle piazze si moltiplicano in modo spontaneo e le abituali dinamiche politiche sembrano aver perso ogni contatto con i cittadini. In poco tempo, iniziative come quella degli “Indignados” in Spagna o del movimento “Occupy” si sono fatte espressione, realmente internazionale, della rabbia, della frustrazione e della contrarietà rispetto ai meccanismi politici basati su ideologie che penalizzano i molti e avvantaggiano i pochi. Riconosciamo e sosteniamo il diritto democratico alla protesta pacifica e, proprio per questo, deploriamo l’uso della forza contro chi manifesta e occupa pacificamente. Esprimiamo tutta la nostra solidarietà nei confronti di chi partecipa a queste iniziative nel mondo. Tutti i movimenti sopra ricordati meritano il nostro sostegno e la nostra solidarietà.
Malgrado le enormi sfide che ci troviamo di fronte, la crisi rappresenta un’opportunità unica per compiere quel salto di qualità che consenta ai cittadini europei di costruire una società socialmente giusta ed ecologicamente sostenibile, basata sul rispetto dei diritti umani e fondata su una democrazia partecipativa multinazionale e multilivello. Ciò di cui abbiamo bisogno è un nuovo modello, che ponga al centro della politica, e non solo come obiettivo a lungo termine lontano da venire, il benessere dell’umanità in un ambiente sostenibile. È un momento di verità nella storia dell’uomo: siamo alla vigilia di una metamorfosi della nostra civiltà. Pur non esistendo alcuno schema pronto all’uso per costruire un mondo sostenibile nel XXI secolo, i Verdi sono consapevoli della profondità e della portata dei cambiamenti che bisogna introdurre.
Proponiamo quindi un New Deal verde per l’Europa, un insieme organico di politiche volte a fornire soluzioni innovative e interconnesse alle sfide che ci attendono nel XXI secolo, che richiedono un nuovo modo di pensare la politica e una nuova visione dell’economia. Crediamo che il New Deal verde farà da volano agli investimenti e a un’occupazione di qualità, a loro volta portatori di un nuovo modello di sviluppo.
Una “bussola” verde: principi guida per una risposta credibile
Mentre l’Europa si trova a fare i conti con una crisi senza precedenti come quella attuale, le due sfide principali del XXI secolo rimangono pressoché invariate: garantire prosperità e benessere a tutti gli abitanti della Terra, e non soltanto ai pochi fortunati, sia per le generazioni presenti che per quelle future, e mantenere il nostro modello di sviluppo entro i limiti fisici del Pianeta. Il futuro dell’umanità su questo Pianeta dipende dalla natura e dalla rapidità della risposta globale a tali sfide. Queste considerazioni ci spingono ad adottare i seguenti principi guida per formulare la nostra risposta alla crisi attuale:
· Se i cittadini europei, che rappresentano il 7% della popolazione mondiale, vogliono mantenere, o meglio riguadagnare, la capacità di plasmare il proprio futuro e svolgere un ruolo a livello globale, devono agire insieme, come un unico soggetto. L’Europa nel suo complesso e l’area dell’euro possono contare su fondamentali economici generali che, pur non ottimali, ci pongono in una posizione ragionevolmente buona in termini macroeconomici; possediamo inoltre solide risorse, costituite dalle persone, dalle conoscenze, dalle capacità innovative, dalla ricchezza collettiva e dalla diversità di cui disponiamo, che ci consentono di rispondere collettivamente alle sfide che si pongono. Ciò implica che qualsiasi scenario che preveda la frammentazione dell’area dell’euro, primo passo di una deflagrazione politica dell’Europa, è per noi inaccettabile. Al contrario, però, non può una qualsiasi integrazione politica rafforzata nell’area dell’euro portare alla cristallizzazione di un’Europa a due velocità: è necessario consolidare la governance economica comune dell’area dell’euro, senza tuttavia che questo sancisca l’esclusione degli altri Stati membri dell’UE;
· Una società più equa funziona meglio: tutte le evidenze empiriche dimostrano che una distribuzione più equa dei redditi e della ricchezza è una condizione essenziale per il benessere individuale e collettivo; le soluzioni alla crisi, quindi, devono invertire l’attuale corsa verso una crescente disparità di reddito e di ricchezza;
· Finanze pubbliche sostenibili a tutti i livelli amministrativi sono un ingrediente essenziale del successo; esse devono essere riequilibrate con ragionevole rapidità, tenendo conto dell’attività economica, ottimizzando spese ed entrate, specialmente laddove i livelli del debito pubblico assoluto sono elevati. In tale prospettiva, il debito può essere giustificato solo come strumento per finanziare gli investimenti, in grado di aumentare realmente il capitale materiale o immateriale a disposizione delle generazioni future;
· Un problema sistemico necessita di una soluzione sistemica, che ripristini il primato della politica sulla speculazione. Il settore finanziario deve pertanto essere ricondotto al suo ruolo di sostegno dell’economia reale, che a sua volta deve essere funzionale al benessere collettivo. La più alta utilità sociale deve quindi guidare le decisioni nei settori legati alla regolamentazione del settore finanziario;
· Il principio “chi inquina paga”: coloro i quali, con le loro azioni, ci hanno trascinato nella crisi in cui ci troviamo oggi e che più hanno beneficiato di un modello di sviluppo sostenuto dal debito e dalla speculazione devono anche dare il maggior contributo alla sua risoluzione. Ogniqualvolta siano chiamati a intervenire finanziariamente, i governi devono esercitare i propri (seppur temporanei) diritti di proprietà;
· Infine, qualsiasi soluzione deve ridurre, anziché aumentare, il crescente deficit democratico, sia a livello europeo sia negli Stati membri.
A breve termine: solo provvedimenti coraggiosi possono avere successo
L’incendio deve ancora essere spento; se non si blocca la spirale discendente, nessuna soluzione potrà essere duratura. Pertanto, nel convincimento che solidarietà e solidità fiscale vadano di pari passo, i Verdi chiedono l’adozione delle seguenti misure:
1. Rendere l’onere del debito greco sostenibile: l’annunciata riduzione volontaria del 50% delle partecipazioni al debito greco da parte del settore privato non è sufficiente, anche perché non tutti i detentori privati di obbligazioni intendono aderirvi, mentre le partecipazioni pubbliche restano intatte. Ciò significa che la riduzione effettiva del debito sarà di circa il 25%, mentre quello che serve davvero è una riduzione complessiva di almeno il 60%, che richiede o la piena partecipazione di tutti i detentori di obbligazioni, privati e pubblici, oppure un taglio molto più significativo delle obbligazioni private.
2. Rendere il FESF (e il futuro MES) uno strumento di sostegno efficace: l’attuale, e per nulla chiara, strategia volta ad ampliare l’impatto del Fondo europeo di stabilità finanziaria prevede ben poco rispetto a ciò di cui abbiamo bisogno per scoraggiare un’ulteriore speculazione sul debito sovrano degli Stati membri. Per diventare un meccanismo di sostegno credibile, il FESF deve essere trasformato in una banca, che possa attingere alle linee di liquidità della BCE; le sue decisioni devono essere assunte a maggioranza. La proposta di un ricorso su vasta scala a un’ingegneria finanziaria screditata, sotto forma di assicurazioni del credito analoghe ai CDS e di veicoli speciali d’investimento di tipo CDO, nulla può per controbilanciare l’assenza di fiducia.
3. Ricapitalizzare le banche europee: l’importo, pari a 109 miliardi di euro, stabilito dagli ultimi vertici rappresenta una minima parte di ciò che davvero serve per garantire la solidità del sistema bancario europeo; probabilmente, un importo di 300 miliardi di euro è più verosimile. Le risorse private devono essere le prime a contribuire, ma se si usa il denaro pubblico, il controllo e i diritti di proprietà devono essere trasferiti al contribuente (attraverso il controllo pubblico temporaneo, consentendo così un avanzamento verso una più ampia mutualizzazione all’interno del sistema bancario europeo). È necessario imporre condizioni rigide, come il mantenimento dei profitti per rafforzarne il capitale, destinando eventuali eccedenze alle tesorerie degli Stati; garantire un ridimensionamento dei bilanci delle banche ricorrendo innanzitutto alla dismissione delle attività più rischiose, garantendo così che i prestiti all’economia reale non ne risultino compromessi; porre fine al comportamento attento solo al tornaconto personale da parte dei manager per quanto riguarda pensioni, bonus e salari; evitare che le banche salvate violino in qualsiasi modo la legge, ad esempio evadendo le tasse. Sono inoltre di fondamentale importanza misure atte a prevenire una contrazione del credito. Nei casi in cui le perdite derivanti dai fallimenti bancari minaccino la sostenibilità del debito di uno Stato sovrano, la BCE e il FESF devono attuare una serie di provvedimenti volti a ridurre i costi di ricapitalizzazione a carico dello Stato.
4. Riequilibrare l’approccio basato sulla sola austerità: mentre resta attuale la necessità di una finanza pubblica sostenibile, in conformità ai trattati, alcune parti delle politiche straordinarie della troika si sono rivelate socialmente ingiuste; le condizioni imposte devono essere riequilibrate, insistendo su un prelievo effettivo dalle fasce sociali più abbienti e spezzando tabù e privilegi, quali l’esenzione fiscale di cui godono il settore della difesa in Grecia o le Chiese in paesi come Grecia e Italia. Per di più, l’UE dovrebbe ottimizzare i fondi di coesione inutilizzati, riducendo i requisiti di cofinanziamento per gli Stati membri assistiti al fine di stimolare un’attività economica di valore. Quello che serve è passare da un’austerità unilaterale a investimenti e riforme strutturali socialmente equi e sostenibili, in un’ottica di rafforzamento delle economie nazionali.
A medio e a lungo termine: intraprendere una trasformazione profonda
L’azione a breve termine non sostituisce risposte più durature e sostanziali, in grado di porre l’Europa sulla strada di una ripresa sostenibile. Di seguito sono riportati quelli che, secondo i Verdi, sono gli elementi chiave di un simile approccio d’insieme:
5. Una decisa ri-regolamentazione del settore finanziario europeo: l’Europa deve superare senza indugio le proposte di “Basilea III”, imponendo requisiti patrimoniali ambiziosi (15%), un limite assoluto di rapporto di indebitamento e requisiti di liquidità vincolanti. A nostro parere, le istituzioni “troppo grandi per fallire” sono semplicemente “troppo pericolose per esistere”; è necessario cogliere adesso l’occasione che ci viene offerta per intervenire e ridurle a dimensioni più maneggevoli, facendo in modo che qualsiasi istituzione finanziaria possa fallire procurando un danno minimo al più ampio sistema finanziario e all’economia. Inoltre, le regole devono sancire una separazione inoppugnabile fra i servizi bancari in senso stretto (narrow banking), funzionali all’economia reale, e gli investimenti più rischiosi, di fatto spesso speculativi. Come regola, le attività e i prodotti finanziari che non determinino benefici sociali o economici dimostrati devono essere vietati;anche il ricorso a espedienti come le transazioni allo scoperto e le transazioni su prestiti deve essere vietato, o perlomeno rigorosamente regolato.Infine, il sistema bancario parallelo deve essere gradualmente privato dei fondi per mezzo di una disciplina più stringente in materia di liquidità e veicoli fuori bilancio non trasparenti. Occorre istituire un’agenzia europea di rating indipendente e basata su sistemi scientifici, incentrata sulla qualità del debito, inclusa la sua sostenibilità ambientale.
6. Una strategia fiscale organica per l’Europa: finanze pubbliche solide, una coesione sociale rafforzata e la sostenibilità ambientale non possono essere raggiunte senza una profonda trasformazione delle politiche fiscali in Europa. A livello di Unione europea, occorre intervenire per portare ad attuazione una tassa europea sulle transazioni finanziarie (TTF), un contributo europeo sul clima e l’energia e una base imponibile consolidata comune per le imprese (CCCTB), associata a un’aliquota impositiva minima efficace, per garantire un contributo equo da parte del settore imprenditoriale. L’Unione europea deve elaborare un “trattato di disarmo fiscale”, in virtù del quale gli Stati membri siano chiamati a smantellare i paradisi fiscali previsti dalla loro legislazione e s’impegnino a contrastare attivamente l’evasione fiscale e a soffocare le opportunità di evasione nel perimetro di una strategia europea globale.Quanto esposto richiede l’abbandono della regola dell’unanimità in materia fiscale, che deve invece diventare un ambito legislativo ordinario, soggetto alla codecisione da parte del Consiglio e del Parlamento UE. A livello nazionale, è necessario attuare una maggiore progressività della tassazione del reddito, così come sono necessarie tasse sul patrimonio.
7. Istituire un fondo monetario europeo per l’emissione di eurobbligazioni, capace di rendere il mercato del debito sovrano dell’Europa più attraente, accrescendone la disponibilità di capitali e la flessibilità, e prevenendo al contempo il rischio morale attraverso condizioni chiare per la partecipazione, soprattutto in termini di disciplina fiscale. Tale FME dovrebbe essere istituito come strumento comunitario (anziché intergovernativo), democraticamente responsabile dinanzi al Parlamento europeo, e fare proprio l’attuale ruolo svolto dal Fondo europeo per la stabilità finanziaria quale strumento di risposta alla crisi. Proseguendo l’attuazione di misure di trasparenza e responsabilità e tramite la democratizzazione della governance del FMI, è necessario prendere in considerazione un finanziamento aggiuntivo, che contribuisca ad assistere le economie che abbiano bisogno di prestiti straordinari e aiuti strutturali.
8. Rendere operativo e più equilibrato il quadro di sorveglianza macroeconomica: tale quadro, stabilito dal cosiddetto “six-pack” lo scorso settembre, deve essere attuato in maniera equilibrata. Deve gestire in modo efficace sia i paesi in deficit che quelli in surplus, che si influenzano gli uni con gli altri, e introdurre indicatori sociali e ambientali economicamente rilevanti, come le disparità reddituali, le spese per l’istruzione, l’impronta ecologica o la produttività delle risorse.
9. Fare del bilancio dell’Unione europea uno strumento di politica economica: non esiste unione monetaria di successo senza un bilancio comune credibile quale strumento di politica economica. Pertanto, quello che serve è un bilancio europeo sostanzialmente più ambizioso, finanziato da risorse proprie codecise dal Parlamento europeo e derivanti dalla TTF e dal contributo sul clima e l’energia, per consentire un parziale alleggerimento dei contributi degli Stati membri, e integrato quindi da obbligazioni destinate al finanziamento di progetti di interesse generale, quali le infrastrutture paneuropee per le energie rinnovabili, o per affidare all’Europa un ruolo di guida nel campo delle soluzioni efficienti sotto il profilo delle risorse e dell’energia. Ciò darà luogo a un “tesoro europeo” solido e adeguato.
10.Un New Deal verde per l’Europa: catalizzare l’attenzione unicamente sull’austerità è una strategia autolesionista. Svendere gli strumenti destinati alla produttività futura per operazioni di facciata a breve termine non è una strategia vincente per un’azienda, ancor meno per un paese. I risparmi delle famiglie e delle imprese europee sono cresciuti notevolmente: è questa la capacità che bisogna stimolare, coniugandola alla (limitata) capacità di investimento dei governi, in un New Deal verde paneuropeo, per investire nella conversione delle nostre infrastrutture energetiche, dei trasporti e produttive in infrastrutture verdi, nel ripristino delle nostre risorse naturali, nel miglioramento della coesione sociale e nell’istruzione, nella ricerca e nell’innovazione. Tale mobilizzazione richiede un piano coerente, nonché strategie di regolamentazione quali:
a. Porre gli obiettivi della strategia UE 2020 su un piano di parità rispetto agli obiettivi finanziari del patto di stabilità e di crescita, per spingere ulteriormente gli investimenti pubblici verso la sostenibilità sociale e ambientale;
b. Una definizione del prezzo della CO2 più efficace, andando verso un taglio del 30% delle emissioni di gas a effetto serra per spingere in alto il prezzo del carbonio, una tassa sul carbonio sui settori non ETS e un’asta integrale delle quote;
c. L’imposizione di prove di stress sul carbonio per le istituzioni finanziarie, l’introduzione del rischio climatico fra i rischi sistemici all’interno della normativa, la promozione di indicatori verdi cui i finanziamenti basati sugli indicatori possano riferirsi, lo sviluppo di un sistema bancario verde per aumentare la consapevolezza dei clienti di quella che è l’impronta del carbonio degli investimenti fatti con i loro depositi a risparmio (se necessario tramite incentivi fiscali);
d. Consentire alla Banca centrale europea di rifinanziare obbligazioni emesse dalla Banca europea per gli investimenti, a condizione che tali obbligazioni finanzino investimenti sostenibili;
e. Prevedere fondi pensionistici pubblici e incentivare i fondi pensionistici privati per destinare una quota del relativo portafoglio ad aziende e investimenti verdi;
f. Attuare una transizione energetica che garantisca un passaggio graduale a un futuro basato sulle energie rinnovabili a partire da un sistema energetico basato sul nucleare e sui combustibili fossili.
Un’Europa politicamente più integrata e più democratica
La maggior parte dei provvedimenti sopra indicati sottintende una profonda revisione delle priorità e uno spostamento del baricentro politico e richiede un’Europa politicamente più integrata. Agendo individualmente, gli Stati membri hanno scarse possibilità di riuscire a ri‑regolamentare il settore finanziario, contrastare la crescente evasione delle basi fiscali, mobilizzare gli investimenti necessari per un New Deal verde o affrontare i mercati finanziari globali. Ciò richiederà modifiche sostanziali ai trattati dell’UE. Per i Verdi, è essenziale che sia il processo che porterà a un’Europa politicamente più integrata sia il suo funzionamento accrescano la partecipazione e la responsabilità democratica. Per questo, proponiamo:
11.Sottoporre alla procedura di codecisione le principali linee guida in materia di politica economica: attualmente, la Commissione orienta in maniera efficace la politica economica e fiscale in Europa e in alcuni Stati membri. Per dotarle di un fondamento democratico, le azioni della Commissione in questo campo dovrebbero essere soggette alle linee guida politiche adottate in codecisione dal Consiglio e dal Parlamento. In tal senso, la strategia economica pluriennale (l’attuale UE 2020) e le relative linee guida annuali di attuazione (l’attuale analisi annuale della crescita nell’ambito del semestre dell’UE) dovrebbero prendere la forma di atti legislativi secondo la procedura di codecisione.
12.Una convenzione per una nuova Europa: serve un nuovo ciclo di riforme del trattato dell’UE, a partire dalla convocazione, quanto prima, di una convenzione, composta dai rappresentanti del Parlamento europeo e dei parlamenti nazionali nonché delle parti sociali e della società civile, anche attraverso forme di rappresentanza innovative, per aprire la strada a modifiche sostanziali del trattato e fornire la base giuridica per i provvedimenti sopra indicati. Per rafforzare la base democratica, sollecitiamo un referendum a livello di Unione europea per decidere le modifiche dell’agenda, che dovrebbero entrare in vigore se approvate dalla maggior parte dei cittadini e degli Stati. Le revisioni del trattato non possono, per alcun motivo, essere negoziate a porte chiuse dai capi di Stato e di governo dell’Unione per essere poi imposte con la forza ai parlamenti.
Più di ogni altra cosa, quello che serve ora all’Europa è la fiducia: fiducia tra i soggetti economici, fiducia tra i governi, fiducia tra le forze economiche e i governi, fiducia nelle istituzioni dell’UE, ma soprattutto fiducia dei cittadini nelle banche, nell’economia, nei governi, nel futuro. I Verdi ritengono che i soliti interventi di emergenza, limitati e poco convinti, non servano; aumenterebbero solo le probabilità di un collasso economico, sociale e ambientale. Solo se saremo disposti a compiere un coraggioso salto di qualità, verso una maggiore integrazione politica e democratica, verso una trasformazione profonda delle nostre società e delle nostre economie nel nome di una giustizia sociale e di una sostenibilità ambientale accresciute, avremo qualche possibilità di successo. Le proposte sopra delineate devono essere viste come il primo passo di una trasformazione tanto profonda; questa è l’offerta che proponiamo ai nostri concittadini. Siamo pronti a scommettere il nostro futuro su di loro.
1. I Verdi europei sono persuasi del fatto che al progetto europeo servano un nuovo orientamento e un nuovo slancio. La distanza dell’opinione pubblica rispetto all’Unione europea sta aumentando e la ragione principale è l’incapacità dei 27 Stati membri di trovare soluzioni comuni sostenibili e innovative alle crisi multiple che gravano sui cittadini.
2. L’erosione del processo decisionale dell’Unione a vantaggio dei negoziati tra governi, dove vale la regola del più forte, sminuisce il ruolo del Parlamento europeo e limita il dibattito pubblico. Le decisioni vengono assunte sulla base di interessi nazionali limitati. La profonda crisi finanziaria, economica e sociale attuale mostra come tale meccanismo di “governance” sia del tutto inadeguato. Una maggiore democrazia europea è l’antidoto a questa deriva.
3. L’Unione europea non raggiungerà gli obiettivi della coesione e dell’efficacia se le istituzioni che rappresentano i cittadini, in particolare il Parlamento europeo e la Commissione, continueranno a essere marginalizzate, mentre i loro poteri vengono incessantemente erosi, fra gli altri, dalla coppia franco‑tedesca, che monopolizza lo spazio del dibattito e il potere. Siamo fortemente contrari alla pratica del Consiglio europeo di limitare sempre più il ricorso l’attenzione che il trattato di Lisbona attribuisce alla votazione a maggioranza qualificata, intromettendosi in tutte le questioni strategiche. Non si tratta soltanto di un problema di ordine istituzionale o giuridico: in gioco è anche un processo decisionale democratico e trasparente. Vogliamo far valere il metodo comunitario per mettere in pratica il New Deal verde e attuare la riconversione ecologica dell’economia europea.
4. In passato, le riforme dei trattati sono state effettuate dai rappresentanti dei governi riuniti in conferenze intergovernative che decidevano all’unanimità, in cui la partecipazione e il dibattito pubblico erano scarsi o del tutto assenti. Le riforme non possono continuare a basarsi su conferenze diplomatiche gestite esclusivamente dagli Stati membri.
5. La recente, imponente mobilitazione civile in tutta Europa mostra che il futuro del progetto europeo deve essere deciso insieme ai cittadini, e non sulla loro testa.
6. Il Partito verde europeo sostiene la proposta in base alla quale il Parlamento europeo dovrebbe avviare, come previsto dall’articolo 48 del trattato dell’Unione europea, una procedura per la convocazione di una convenzione per una nuova Europa. Tuttavia, la procedura deve essere definita in modo tale che le conclusioni della convenzione non possano essere sovvertite da una conferenza intergovernativa vecchia maniera. Nuove strade e nuove alleanze devono essere percorse per spezzare questo perdurante circolo vizioso di compromessi al ribasso.
7. Nel quadro della procedura concordata a Budapest sullo sviluppo di un’agenda politica verde, il Partito verde europeo decide allora di istituire un gruppo di lavoro incaricato di elaborare, prima della prossima riunione del consiglio del partito, una proposta sui contenuti e sulla procedura da seguire per modificare il trattato dell’UE, capace di garantire un’ampia partecipazione pubblica dei cittadini al processo di rifondazione del progetto europeo.








massimodiduca detto,
gennaio 31, 2012 @ 12:04 am
Reblogged this on IL MONDO DEL BOSCO. Guardalo, sussurra e…pensa..
pannelli fotovoltaici prezzi detto,
febbraio 16, 2012 @ 11:49 am
ma nulla sulle energie rinnovabili? Nulla che dica come liberarsi dalla schiavitù del gas verso la Russia e i paesi Arabi. Nulla che parli di prolungare gli incentivi ai pannelli fotovoltaici oltre al 2016?